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venerdì 20 gennaio 2012

PANTHEON GRECO

…regge di tutte le cose l’esito

Zeus che dal cielo tuona ed a suo piacere

le volge…

Semonide




Con chi cominciare,se non con il padre di tutte el divinità greche??

Con chi cominciare,se non con il padre di tutte el divinità greche??

Nella mitologia greca Zeus è il re degli dei , il sovrano dell'Olimpo. I suoi simboli sono la folgore il toro, l'acquila e la quercia.

Il suo principale attributo è la folgore, ed è ancora ben riconoscibile in Zeus la fisionomia di un primitivo dio preposto a tutti i fenomeni meteorologici, in particolare la tempesta e la pioggia («Zeus piove» è espressione alquanto usuale in greco). In tale forma Zeus dovette essere già noto ad ampia parte del dominio indoeuropeo, come dimostrato dal confronto fra i nomi di diverse divinità del cielo e dei fenomeni atmosferici (il sanscrito Dyaus pitar è del tutto analogo al latino Iuppiter e indica il «padre celeste»; la stessa radice del nome Zeus è nel teonimo germanico Tiwaz e nei nomi latini deus «dio» e dies «giorno»). Ma le prerogative del greco Zeus si allargano via via sino a comprendere ogni sorta di tutela sopra valori sacri quali l’ospitalità, la lealtà alla parola data, il rispetto dovuto ai capi e ai sovrani legittimi, il senso della giustizia: e se in Omero il ruolo di divinità atmosferica è ancora assai importante (lo dimostrano numerosi epiteti quali «Zeus che aduna i nembi», «che gode del fulmine», «che alto tuona»), nondimeno Zeus si avvia a diventare quel «padre degli dèi e degli uomini» che nella tradizione successiva resterà la sua caratterizzazione più sintetica e ricorrente, al punto di fare di lui, in alcuni momenti dell’evoluzione religiosa antica, un dio prossimo, per potere e sacertà, alle divinità monoteistiche.

Figlio di Crono e Rea era il più giovane dei suoi fratelli e sorelle. Nella maggior parte delle leggende era sposato con Hera, anche se nel santuario dell'oracolo di Dodona come sua consorte si venerava Dione: secondo l'Illiade Zeus è il padre di Afrodite, avuta con Dione. È comunque famoso per le sue frequentissime avventure erotiche extraconiugali, tra le quali si ricorda anche una relazione omosessuale con Ganimede.. Il frutto dei suoi numerosi convegni amorosi furono i suoi molti celeberrimi figli, tra i quali AtenaApollo, Artemide, Hermes,Persefone,Dionisio, Perseo,Eracle,Elena, Minosse e le Muse. Dalla moglie Hera secondo la tradizione ebbe Ares,Ebe ed Efesto.

Zeus è noto per l'abitudine a punire coloro che finivano fuori dalle sue grazie colpendoli con le sue saette oltre che, al pari di altri dei, trasformandone le sembianze.

Sebbene l'etimologia del nome indichi che Zeus originariamente era un dio del cielo, in diverse città greche si adorava una versione locale di Zeus che viveva nel mondo sotterraneo. Gli Ateniesi e i SicilianiMeilichios (dolce o mellifluo), mentre in altre città vigeva il culto di Zeus Chthonios ( della terra), Katachthonios (sotterraneo) e Plousios (portatore di ricchezza). Queste divinità potevano essere nelle forme d'arte visuale parimenti rappresentate sia come uomo che come serpente. In loro onore si sacrificavano animali di colore nero che venivano affogati dentro a pozzi, come si faceva per divinità ctonie come Persefone e Demetra o sulla tomba degli eroi. Gli dei olimpi, invece, ricevevano in olocausto animali di colore bianco che venivano uccisi sopra ad altari.

NASCITA DI ZEUS
Crono ebbe molti figli da Rea: Estia, Demetra,Hera e Poseidone, ma li divorò tutti appena nati, dal momento che aveva saputo da Gaia ed Urano che il suo destino era di essere spodestato da uno dei suoi figli così come lui stesso aveva spodestato suo padre. Quando però Zeus stava per nascere, Rea chiese a Gaia di escogitare un piano per salvarlo, in modo che Crono ricevesse la giusta punizione per ciò che aveva fatto ad Urano e ai suoi stessi figli. Rea partorì Zeus a Creta, consegnando al suo posto a Crono una pietra fasciata con dei panni che egli divorò immediatamente. La madre nascose Zeus in una cesta posta sotto ad un albero, sorvegliato da una famiglia di pastori ai quali promise in cambio che le loro Pecore non sarebbero state attaccate dai lupi.

Rea nascose quindi Zeus in una grotta sul Monte Ida a Creta e, a seconda delle varie versioni della leggenda:

Fu allevato ed educato da Gaia.

Fu allevato da una capra di nome Amaltea, mentre un gruppo di Cureti gridavano, danzavano e battevano le loro lance contro gli scudi perché Crono non sentisse il pianto del bambino.
Fu allevato da una Ninfa di nome Adamantea. Dato che Crono dominava la Terra, icieli e il mare, lo nascose appendendolo a una fune legata ad un albero in modo che, sospeso fra i tre elementi, fosse invisibile al padre.

Fu allevato da una Ninfa di nome Cinosura. In segno di gratitudine Zeus, una volta cresciuto, la trasformò in una stella.

Raggiunta l'età adulta, Zeus costrinse Crono a rigettare prima la pietra che l'aveva sostituito, poi i suoi fratelli e sorelle nell'ordine inverso rispetto a quello in cui erano stati ingeriti. Secondo alcune versioni della leggenda Metide diede un ermetico a Crono per costringerlo a vomitare i figli, secondo altre ancora Zeus squarciò lo stomaco del padre. A questo punto Zeus liberò dalla loro prigione nel Tartaro anche i fratelli di Crono, i Giganti, gli Ecantionchiri e i Ciclopi. Insieme, Zeus e i suoi fratelli e sorelle, i Giganti, gli Ecatonchiri e i Ciclopi rovesciarono dal trono Crono e gli altri Titani grazie alla terribile battaglia chiamata Gigantomachia. I Titani sconfitti furono da allora confinati nell'oscuro regno sotterraneo del Tartaro. Atlante, uno dei Titani che avevano combattuto contro Zeus, fu condannato a reggere il cielo sulle sue spalle.

Dopo la battaglia contro i Titani Zeus si spartì il mondo con i suoi fratelli maggiori Poseidone ed Ade
sorteggiando i tre regni: Zeus ebbe in sorte i cieli e l'aria, Poseidone le acque e ad Ade toccò il mondo dei morti. L'antica terra, Gaia, non poté essere concessa ad alcuno, ma venne condivisa da tutti e tre a seconda delle loro capacità.

Gaia si risentì per il modo in cui Zeus aveva trattato i Titani , dato che erano figli suoi. Così, poco dopo essersi impossessato del trono degli dei, Zeus dovette affrontare altri due figli di Gaia, i mostri Tifone ed Echidna: sconfisse Tifone e lo schiacciò sotto ad una montagna, ma lasciò che Echidna e i suoi figli continuassero a vivere.

Siete curiose di sapere tutti gli inciuci amorosi del grande padre degli dei??

Allora nn perdete la prossima puntata!!:O)

wikipedia

enciclopedia dell'antico


Dalla Saggezza diDeboraSelma

Altre tre donne sedevano in cerchio a uguale distanza, ciascuna sul proprio trono: erano le Moire figlie di Ananke, Lachesi, Cloto e Atropo, vestite di bianco e col capo cinto di bende; sull'armonia delle Sirene Lachesi cantava il passato, Cloto il presente, Atropo il futuro.
Platone

La prima amante a noi nota di Zeus,anch'essa una divinità,è Ananke.
Nella Mitologia greca, Ananke era la personificazione del Destino, della necessità inalterabile e del fato. Ella era anche la madre di Adrastea e delle Moire. Inizialmente era identificata con Adrastea stessa. Per Omero ed Esiodo appare come la forza che regola tutte le cose, dal moto degli astri ai fatti particolari dei singoli uomini.

Veniva adorata raramente ma aveva una certa importanza nei culti misterici come nel Orfismo.

Nella Mitologia romana, venne chiamata Necessitas ("necessità") ma rimase sempre un'allegoria poetica priva di un vero culto.

Da essa ebbe come figli Le Moire.

Ad esse era connessa l'esecuzione del destino assegnato a ciascuna persona.

Erano tre: Cloto, che filava lo stame della vita; Lachesi, che lo svolgeva sul fuso e Atropo che, con lucide cesoie, lo recideva, inesorabile. La lunghezza dei fili prodotti può variare, esattamente come quella della vita degli uomini. A fili cortissimi corrisponderà una vita assai breve, come quella di un neonato, e viceversa. Si pensava ad esempio che Sofocle, uno dei più longevi autori greci (90 anni), avesse avuto in sorte un filo assai lungo.

Si tratta di tre donne dall'anziano aspetto che servono il regno dei morti, l'Ade. Il sensibile distacco che si avverte da parte di queste figure e la loro totale indifferenza per la vita degli uomini accentuano e rappresentano perfettamente la mentalità fatalistica degli antichi greci.

Pindaro, in epoca più tarda, le indicò invece come le ancelle di Temi, al suo matrimonio con Zeus.

Esse agivano spesso contro la volontà di Zeus. Ma tutti gli dei erano tenuti all'obbedienza nei loro confronti, in quanto la loro esistenza garantiva l'ordine dell'universo, al quale anche gli dei erano soggetti.

Si dice che avessero un solo occhio che usassero a turno.



Esiodo le menziona come tre filatrici, le Klothes. La vita degli uomini era basata sulla metafora del "filo" della vita e fu sempre Esiodo a dare ad ognuna un nome e un compito diversi:

* Cloto filava lo stame della vita
* Lachesi distribuiva a ciascuno la parte di filo che gli spettava in sorte
* Atropo lo tagliava all'ora stabilita.

La lunghezza dei fili prodotti può variare, esattamente come quella della vita degli uomini. A fili cortissimi corrisponderà una vita assai breve, come quella di un neonato, e viceversa. Si pensava ad esempio che Sofocle, uno dei più longevi autori greci (90 anni), avesse avuto in sorte un filo assai lungo.

Si tratta di tre donne dall'anziano aspetto che servono il regno dei morti, l'Ade, governato dal dio Plutone. Il sensibile distacco che si avverte da parte di queste figure e la loro totale indifferenza per la vita degli uomini accentuano e rappresentano perfettamente la mentalità fatalistica degli antichi greci.

Dalla Saggezza diDeboraSelma

Continuiamo a scoprire
i vari inciuci del nostro
mandrillone....

ZEUS E DEMETRA


.. la prima a dissodar le glebe coll'aratro insegnò; prima le biade i più soavi nutrimenti diede; a noi prima dè leggi; ed ogni cosa riconosciamo da lei.

Ovidio

Demetra ( in greco: Δημήτηρ, "Madre terra" o forse "Madre dispensatrice", probabilmente dal nome Indoeuropeo della Madre terra *dheghom *mater) nella mitologia greca è la dea del grano e dell’agricoltura, costante nutrice della gioventù e della terra verde, artefice del ciclo della vita e della morte, protettrice del matrimonio e delle leggi sacre. Negli Inni omerici viene invocata come la "portatrice di stagioni", un tenue indizio di come ella fosse adorata già da molto tempo prima che si affermasse il culto degli Olimpi, dato che l’inno omerico a Demetra è stato datato a circa il VII secolo a.C. Le figure di Demetra e di sua figlia Persefone erano centrali nelle celebrazioni dei Misteri eleusini, anch’essi riti di epoca arcaica e antecedente al culto dei dodici dei dell’Olimpo.

La figura equivalente a Demetra nella mitologia romana era Cerere.

Demetra viene spesso confusa con Gaia, Rea o Cibele. L’epiteto con cui la dea viene più frequentemente chiamata rivela l’ampiezza e la portata delle sue funzioni nella vita greca del tempo: lei e Kore ("la fanciulla") erano solitamente invocate come "le due dee" ("to theo"), e questa definizione appare già nelle iscrizioni in scrittura Lineare B di epoca Micenea trovati a Pilo. È assolutamente plausibile che vi sia una connessione con i culti dedicati alle due dee nella civiltà minoica di Creta.

Secondo il retore ateniese Isocrate, i più grandi doni di Demetra all’umanità furono i cereali (da cui deriva il suo nome latino "Cerere"), che hanno reso l’uomo diverso dagli animali selvatici e i Misteri, che gli hanno consentito di coltivare speranze più elevate per la vita terrena e per ciò che dopo la vita verrà.

A seconda dei vari contesti, Demetra era invocata con diversi epiteti:

* Potnia – "Padrona" (nell’ Inno Omerico a lei dedicato)
* Chloe – "Il verde germoglio" ( in Pausania 1.22.3 per i suoi attributi di fertilità ed eterna giovinezza).
* Anesidora – "Colei che spinge in su i doni" (Pausania 1.22.3)
* Malophoros – "Colei che dà mele" o "Colei che dà greggi" (Pausania 1.44.3)
* Kidaria – (Pausania 8.13.3)
* Chtonia – "Che si trova nel suolo" (Pausania 3.14.5)
* Erinys – "Implacabile" (Pausania 8.25.50)
* Lusia – "Che prende il bagno" (Pausania 8.25.8)
* Thermasia – "Calorosa" (Pausania 2.34.6)
* Kabeiraia – nome di origine pre-greca di significato incerto
* Thesmophoros – "Fornitrice di consuetudini" o anche "legislatrice", titolo che la lega all’antica dea Temide. Questo titolo era usato in connessione con la Tesmoforia, una cerimonia segreta riservata alle donne che si svolgeva ad Atene, e connessa con le tradizioni matrimoniali.

Negli scritti di Teocrito si trovano tracce di quello che fu il ruolo di Demetra nei culti arcaici:

* "Per i Greci Demetra era ancora la dea dei papaveri"
* "Nelle mani reggeva fasci di grano e papaveri"

Una statuetta d’argilla trovata a Gazi sull’isola di Creta, rappresenta la dea del papavero adorata nella cultura Minoica mentre porta i baccelli della pianta, fonte di nutrimento e di oblio, incastonati in un diadema. Appare dunque probabile che la grande dea madre, dalla quale derivano i nomi di Rea e Demetra, abbia portato con sé da Creta nei Misteri Eleusini insieme al suo culto anche l’uso del papavero, ed è certo che nell’ambito dei riti celebrati a Creta, si facesse uso di oppio preparato con questo fiore.

Quando a Demetra fu attribuita una genealogia per inserirla nel Pantheon classico greco, diventò figlia di Crono e Rea, sorella maggiore di Zeus. Le sue sacerdotesse erano chiamate Melisse.

A Pellené in Arcadia si tenevano una serie di cerimonie in onore di Demetra di Misia che duravano sette giorni. Pausania visitò il santuario di Demetra di Misia, che si trovava sulla strada che andava da Micene ad Argo, ma la sola notizia che fu in grado di trovare per spiegare questa arcaica denominazione è la leggenda di un tale Misio, antico fedele di Demetra.

I luoghi principali in cui il culto di Demetra era praticato si trovavano sparsi indifferentemente per tutto il mondo Greco: templi sorgevano ad Eleusi in Sicilia, Ermione a Creta, Megara, Lerna, Egila, Munichia, Corinto, Delo, Piene, Agrigento, Iasos, Pergamo, Selinunte, Tegea, Thorikos, Dion, Licosura, Mesembria, Enna e Samotracia.

Demetra donò al genere umano la conoscenza delle tecniche agricole: la semina, l’aratura, la mietitura e le altre correlate. Era particolarmente venerata dagli abitanti delle zone rurali, in parte perché beneficavano direttamente della sua assistenza, in parte perché nelle campagne c’è una maggiore tendenza a mantenere in vita le antiche tradizioni, e Demetra aveva un ruolo centrale nella religiosità Greca delle epoche pre-classiche. Esclusivamente in relazione al suo culto sono state trovate offerte votive, come porcellini di creta, realizzati già nel Neolitico.

In epoca romana, quando si verificava un lutto in famiglia, c’era l’usanza di sacrificare una scrofa a Demetra per purificare la casa.
Il più importante mito legato a Demetra, che costituisce anche il cuore dei riti dei Misteri Eleusini, è la sua relazione con Persefone, sua figlia nonché incarnazione della dea stessa da giovane. Nel pantheon classico greco, Persefone ricoprì il ruolo di moglie di Ade, il dio degli inferi. Diventò la dea del mondo sotterraneo quando, mentre stava giocando sulle sponde del Lago di Pergusa con alcune ninfe ( secondo un’altra versione con Leucippe ) che poi Demetra punì per non essersi opposte a ciò che accadeva trasformandole in sirene, Ade la rapì dalla terra e la portò con sé nel suo regno. La vita sulla terra si fermò e la disperata dea della terra Demetra cominciò ad andare in cerca della figlia perduta, riposandosi soltanto quando si sedette brevemente sulla pietra Agelasta. Alla fine Zeus, non potendo più permettere che la terra stesse morendo, costrinse Ade a lasciar tornare Persefone e mandò Hermes a riprenderla. Prima di lasciarla andare, Ade la spinse con un trucco a mangiare quattro semi di melagrana magici, che l’avrebbero da allora costretta a tornare nel mondo sotterraneo per quattro mesi all’anno. Da quando Demetra e Persefone furono di nuovo insieme, la terra rifiorì e le piante crebbero rigogliose ma per quattro mesi all’anno, quando Persefone è costretta a tornare nel mondo delle ombre, la terra ridiventa spoglia e infeconda. Questi quattro mesi sono chiaramente quelli invernali, durante i quali in Grecia la maggior parte della vegetazione ingiallisce e muore.

Vi sono comunque altre versioni della leggenda. Secondo una di queste è Ecate a salvare Persefone. Una delle più diffuse dice che Persefone non fu indotta a mangiare i quattro semi con l’inganno, ma lo fece volontariamente perché si era affezionata ad Ade.
Mentre stava cercando la figlia Persefone, Demetra assunse le sembianze di una vecchia di nome Doso e con quest’aspetto fu accolta con grande senso dell’ospitalità da Celeo, re di Eleusi nell’Attica. Questi le chiese di badare ai suoi due figli, Demofoonte e Trittolemo, che aveva avuto da Metanira. Per ringraziare Celeo della sua ospitalità, Demetra decise di fargli il dono di trasformare Demofoonte in un dio. Il rituale prevedeva che il bimbo fosse ricoperto ed unto con l’ambrosia, che la dea stringendolo tra le braccia soffiasse dolcemente su di lui e lo rendesse immortale bruciando nottetempo il suo spirito mortale sul focolare di casa. Demetra una notte, senza dire nulla ai suoi genitori, lo mise quindi sul fuoco come fosse un tronco di legno ma non poté completare il rito perché Metanira, entrata nella stanza e visto il figlio sul fuoco, si mise ad urlare di paura e la dea, irritata, dovette rivelarsi lamentandosi di come gli sciocchi mortali non capiscano i rituali degli dei.

Invece di rendere Demofoonte immortale, Demetra decise allora di insegnare a Trittolemo l’arte dell’agricoltura, così il resto della Grecia imparò da lui a piantare e mietere i raccolti. Sotto la protezione di Demetra e Persefone volò per tutta la regione su di un carro alato per compiere la sua missione di insegnare ciò che aveva appreso a tutta la Grecia. Tempo dopo Trittolemo insegnò l’agricoltura anche a Linco, re della Scizia, ma costui rifiutò di insegnarla a sua volta ai suoi sudditi e tentò di uccidere Trittolemo: Demetra per punirlo lo trasformò allora in una lince.

Alcuni studiosi pensano che la leggenda di Demofoonte derivi da racconti popolari ancora più antichi
Amata in quanto apportatrice di messi, Demetra era anche ovviamente temuta, in quanto capace, all'inverso, di provocare carestie, come ricorda il mito di Erisittone che, avendola offesa tagliando degli alberi da un frutteto sacro, ne venne punito con una fame insaziabile.

Demetra viene solitamente raffigurata mentre si trova su un carro, e spesso associata ai prodotti della terra, come fiori, frutta e spighe di grano. A volte viene ritratta insieme a Persefone.

Raramente è stata ritratta con un consorte o un compagno: l'eccezione è rappresentata da Giasone, il giovane cretese che giacque con Demetra in un campo arato tre volte e fu in seguito, secondo la mitologia classica, ucciso con un fulmine da un geloso Zeus. La versione cretese del mito dice però che che questo gesto fu invece compiuto da Demetra stessa, intesa nell' incarnazione più antica della dea.

Nella religione wicca, corrente del neopaganesimo, Demetra rappresenta un aspetto della divinità femminile: la Dea. Simboleggia gli aspetti della madre: l'amore disinteressato, la generosità, l'abbondanza, il nutrimento e la fonte della vita.

Zeus e Demetra ebbero
Persefone.
Essa venne rapita da Ade, dio dell'oltretomba, che la portò negli inferi per sposarla ancora fanciulla contro la sua volontà. Una volta negli inferi le venne offerta della frutta,ed ella mangiò senza appetito solo sei semi di melograno. Persefone ignorava però il trucco di Ade: chi mangia i frutti degli inferi è costretto a rimanervi per l'eternità. La madre, dea dell'agricoltura, che prima di questo episodio procurava agli uomini interi anni di bel tempo e fertilità delle terre, reagì adirata al rapimento impedendo la crescita delle messi, scatenando un inverno duro che sembrava non avere mai fine. Con l'intervento di Zeus si giunse ad un accordo, per cui, visto che Persefone non aveva mangiato un frutto intero, sarebbe rimasta nell'oltretomba solo per un numero di mesi equivalente al numero di semi da lei mangiati, potendo così trascorrere con la madre il resto dell'anno. Così Persefone avrebbe trascorso sei mesi con il marito negli inferi e sei mesi con la madre sulla terra.

Demetra allora accoglieva con gioia il periodico ritorno di Persefone sulla Terra, facendo rifiorire la natura in primavera ed in estate.

Questo era un mito che esaltava insieme il valore del matrimonio (sei mesi a fianco dello sposo) e la fertilità della Natura (risveglio primaverile), motivi questi che rendevano la dea Persefone particolarmente popolare e venerata.

Dalla Saggezza diDeboraSelma

ZEUS E LE SUE AMANTI




Eccoci qui ragazzi,scusate se nn ho più postato,ma tra gli esami dell'università e il caldo torrido non avevo neppure la forza di alzare una paglia da terra!!!

Ok dai,basta perder tempo,continuiamo a parlare delle amanti di Zeus,quest'arzillo vecchietto che di tempo invece certo non ne perdeva!!!

ZEUS E DIONE

Nella mitologia greca Dione (in greco Διώνη, forma femminile di Zeus) è una titanide, figlia di Urano e di Gea, o, secondo un'altra versione, una delle Oceanine, figlia del titano Oceano e della titanide Teti.

Una tradizione fa di Dione la sposa di Zeus e la madre di Afrodite, che nel V canto dell'Iliade si rifugia ferita tra le sue braccia, per questa sua caratteristica venne chiamata "Dionea".

Dione, assimilata alla Dea Madre era venerata insieme a Zeus nel santuario di Dodona. Le loro sacerdotesse erano chiamate Peleiadi.

AFRODITE la dea greca dell'amore, dai Romani identificata con Venere, è di origine fenicio-babilonese. Anche il suo nome stesso, benché in seguito posto in rapporto con la parola greca aphor " schiuma " con allusione alla sua nascita dalla schiuma del mare, pare sia semitico; si potrebbe persino pensare al medesimo etimo che troviamo nel nome degli Ebrei e di Abramo. Attenendoci a quanto scrive Erodoto (I, 105) parlando del santuario di Afrodite Urania che sorgeva ad Ascalona in Fenicia: " Questo santuario è, per quanto io ho trovato nelle mie ricerche, il più antico di tutti i santuari di questa dea, perché il santuario di Cipro è derivato da questo, come affermano gli stessi Ciprioti, e anche il santuario di Citera lo eressero alcuni Fenici, che provengono da quella stessa parte della Siria ". Queste annotazioni dello storico coincidono perfettamente con i racconti mitologici dei poeti: a Cipro alludono l'epiteto di Ciprigna usato da Omero e quello di Ciprogene con cui Esiodo chiama Afrodite. Nell'Odissea si parla inoltre del santuario della dea a Pafo nell'isola di Cipro. All'isola di Citera si richiama l'appellativo di Citerea già usato nell'Odissea; Esiodo ci racconta che la dea sarebbe nata dal mare nei pressi di quest'isola per poi passare a Cipro.

In occidente, il culto di Afrodite ebbe il suo maggiore centro in Sicilia sul monte Erice, dove esisteva un santuario punico dedicato a Tanit. Vi si praticavano riti di fecondità e, pare, anche la prostituzione sacra. Dalla Sicilia il culto della dea si diffuse in Italia fino a Roma, dove fu venerata col nome di Venus Erycina.

Ma per quanto nella sua genesi dea asiatica della fecondità, Afrodite in Grecia perde tutto quanto possa rammentare questa sua discendenza e diventa una divinità squisitamente ellenica. Pare per altro che in Grecia la sua immagine si sia fusa con quella di una antica divinità indigena, altrimenti non si spiegherebbe perché Pausania la chiami " la più vecchia delle Moire " ed Epimenire la faccia sorella delle Moire e delle Erinni. Anche i suoi rapporti con un dio tristo e sanguinario come Ares, dal quale avrebbe avuto Demo e Fobo (il Terrore e la Paura), ma pure Armonia, fanno ritenere che sulla figura di Afrodite abbia influito qualche antica divinità legata alla terra.

Per Omero, Afrodite è figlia di Zeus e di Dione. Esiodo invece ci racconta nella sua Teogonia un altro mito, probabilmente più antico, che pur partendo dal mito cosmico del Cielo e della Terra, ci dà un'Afrodite perfettamente greca. Narra dunque Esiodo che Urano, il dio del Cielo, si stese nell'amplesso amoroso sulla Terra, quand'ecco sul più bello sopraggiungere Crono che lo mutila. Il membro staccato galleggia sulle onde finché non si trasforma in bianca spuma nella quale si forma la fanciulla divina. Possiamo proseguire il racconto con le parole del VI Inno omerico:

... La potenza di Zeffiro, l'umido stormitore, duttile la rapì dalle onde del mare che sempre scroscia.

Le Ore dal diadema d'oro salutanti la coprirono di vesti immortali, il capo le cinsero del serio d'oro mirabilmente intrecciato. Nel forellino del lobo d'orecchio le misero fiori preziosi d'oro e ottone, indi ornarono il delicato collo e il seno lucente di collane d'oro di cui esse stesse si fregiano, allorché, cerchi d'oro nei capelli, si recano all'amena danza degli dei e alla casa del padre. Compiuta l'opra, portarono Afrodite, tutta splendida com'era ornata, agli immortali. " Benvenuta " essi esclamarono, porsero la man destra e ognun la desiderò quale sposa da condurre alla propria magione. Stupore così e meraviglia destò Citerea dalle ghirlande di violette.

Nata dal mare, Afrodite veniva venerata dai naviganti, non come Poseidone, ma come colei che rende il mare bello e tranquillo e sicura la navigazione. Le era sacro il delfino, l'allegro accompagnatore dei naviganti. Lucrezio dice: "Quando tu vieni, fuggono i venti e si dileguano le nuvole; per te la terra la fiorire il leggiadro ornamento dei fiori, per te sorride lo specchio delle acque del mare, e gli spazi lucenti del cielo splendono in silenzio ".

Afrodite ammansisce dunque non soltanto il mare, ma rende bella anche la terra. Ella è la dea della primavera in fiore. Le sono sacre le rose, ma anche molte altre piante, quali il melograno e il mirto. Anche la mela, antico simbolo dell'amore, si trova nella sua mano.

Se la primavera è la stagione dei fiori, essa è anche la stagione che invita all'amore. Dice il V Inno omerico:

Cantami, o Musa, le opre dell'aurea Afrodite Ciprigna, che risveglia la soave brama dei numi, soggioga le stirpi dei mortali, gli uccelli alti in cielo e tutte le bestie che in gran copia nutrono la terra e il mare; tutti quanti chiedono i lavori di Citerea ornata di serti.

Era quindi ovvio che Afrodite venisse collegata al matrimonio e alla generazione dei figli, ma in fondo non fu mai la dea dell'unione coniugale, quale fu Giunone. Lei era piuttosto quella potenza che spinge un essere irresistibilmente verso un altro essere. Il mortale non può opporsi alla volontà di Afrodite. " All'impeto violento di Ciprigna l'uomo non può resistere; soave si la dea a chi le cede, ma se trova l'ostinato e altezzoso,, lo tratta con inaudita durezza ", dice Euripide nell'Ippolito.

Afrodite era rappresentata, cinto il corpo di rose e di mirto, su un carro tirato da passeri colombe e cigni. Suo era un cinto miracoloso che rendeva irresistibile chiunque lo possedeva, perché vi erano intessute tutte le malie d'Afrodite, il desiderio e il favellare amoroso e seducente che inganna anche il cuore dei saggi, come diceva Omero. Persino Giunone, i cui rapporti con Afrodite erano improntati a quel miscuglio prettamente femminile di amicizia puntuta e di ripicche valutate, se lo fece prestare allorché Giove aveva per la testa qualche avventura galante.

Accompagnavano Afrodite le Grazie e i geni della bramosia e della persuasione: Eros, Imeros e Peito. Suoi erano " il cicaleccio della fanciulla, l'inganno e la dolce voluttà, l'amplesso e la carezza ", come stabilisce autorevolmente Esiodo.

Ella era la bellezza in persona, la grazia e la leggiadria, e Paride, benché comprato con la promessa della bella Elena, non fu in fondo un giudice ingiusto preferendola a Giunone e Minerva e assegnandole il fatidico pomo con la scritta: "Alla più bella!" gettato dalla Discordia sulla mensa nuziale di Peleo e Teti.

Dopo d'aver concepito, da un abbraccio con l'eroe troiano Anchise, il pio Enea dovette per comando di Giove sposare Vulcano, il dio deforme del fuoco, che ella si affrettò ad ingannare con Marte, dal quale avrebbe avuto due figli, Eros o Cupido, cioè l'Amore, e l'Amore corrisposto, ossia Anteros. Ma Vulcano, al quale avrebbe dato un figlio, Priapo (secondo altri Priapo sarebbe invece nato dall'unione con Bacco), aveva - e non a vanvera - qualche sospetto che Afrodite lo stesse tradendo. Un giorno, sorpresa Afrodite in flagrante con Marte, volle avere la sua vendetta; e, circondato il letto dell'infedeltà d'una rete così ingegnosa che i due amanti vi rimasero accalappiati, li offrì in spettacolo a tutti gli dei accorsi al richiamo del marito tradito (le dee, pudibonde, rimasero nelle loro camere). Gli dei, naturalmente, si fecero delle gran risate sul conto di Vulcano.

Oltre a Marte, numerosi altri amanti furono attribuiti ad Afrodite; fra l'altro Dioniso, che l'avrebbe resa madre delle Grazie e di Imene. Anche da Poseidone, dio del mare avrebbe avuto un figlio, Rodo, la personificazione divina dell'isola di Rodi. Dall'unione con Mercurio infine le sarebbe nato Ermafrodito. Ma la sua grande passione fu Adone che doveva poi cadere vittima della furiosa gelosia di Marte. Anche senza compromettersi, aveva un debole per gli uomini in genere, come ad esempio per Faone cui donò, in compenso d'averla traghettata da Lesbo al continente, una bellezza tale da renderlo mira delle bramosie delle donne, fra cui la poetessa Saffo. Andò a finire che si considerava Afrodite anche la dea della fortuna; la si invocava nel gioco dei dadi.

Per le rappresentanti del proprio sesso, Afrodite invece sembrava - e ciò è molto femminile - non nutrisse soverchie simpatie. Basti pensare quante sventure portò ad Elena, Fedra, Pasifac e tante altre. Anche Psiche, l'amante di suo figlio Amore, venne da lei trattata in modo piuttosto umiliante.

Oltre agli appellativi di Ciprigna, Ciprogena e Citerea, Afrodite aveva fra gli altri i seguenti epiteti:

Anadiòmene (emersa dal mare)

Antheia (dea dei fiori, così chiamata a Creta)

Apostrofìa (sviatrice, sottinteso dalle passioni colpevoli)

Aurea (così la si chiama da Omero in poi)

Callìpigia (dal bel sedere)

Filomète (amante dei piaceri)

Peristèa

Pòntica

Tritònia.

L'epiteto Afrodite Acidalia veniva occasionalmente aggiunto al suo nome, dalla sorgente nella quale era solita fare il bagno, situata in Beozia (Virgilio I, 720). Veniva anche chiamata Kypris o Cytherea, dai suoi presunti luoghi di nascita, rispettivamente Cipro e Citera. L'isola di Citera fu un centro del suo culto. Venne associata con Esperia e spesso accompagnata dalle Oreadi, le ninfe dei monti.

Afrodite aveva una sua festa, l'Afrodisiaco (indicato anche come Afrodisia), che veniva celebrata in tutta la Grecia, ma particolarmente ad Atenee Corinto. A Corinto, i rapporti sessuali con le sue sacerdotesse erano considerati un modo per adorare Afrodite.

Afrodite veniva associata, e spesso ritratta assieme a, mare, delfini, colombe, cigni, melograni, mele, mirto, rose e limoni.

Venere veniva spesso indicata con l'epiteto Venere Ericina ("dell'erica") dal Monte Erice, in Sicilia, uno dei centri del suo culto.

Però,spesso,invece che figlia di Zeus è considerata figlia di Urano, nata dalla spuma del Mar Mediterraneo orientale in una splendente giornata di primavera: appena uscita dalle acque fu trasportata da Zèfiro nell'isola di Citèra (= Cerigo) e poi a Cipro, donde il suo culto si diffuse in tutta la Grecia e in Sicilia. Era immaginata bella e fiorente, tutta riso il sembiante, tutta oro l'abbigliamento; spirava dalla sua persona soave odore d'ambrosia, e allorchè ella si toglieva e dispiegava il cinto della sua bellezza, ogni cosa piegavasi all'incanto che emanava dal suo corpo. Si narra che il suo matrimonio con lo zoppo Efèsto - voluto da Zeus - fosse stato un vero fallimento, tanto ch'essa cercò conforto nell'amore per Ares, dal quale ebbe parecchi figli (Eros, Anteros, Dimo, Fobo, Armonia). Afrodíte amò anche alcuni esseri umani, fra i quali Adone , Bute e Anchise: dall'unione con quest'ultimo le nacque Enea, sicché i Romani la venerarono come loro protettrice, considerandola progenitrice della gente Giulia. Tuttavia l'incondizionato aiuto da essa portato ai Troiani si ricollega con la leggenda del pomo d'oro lanciato dalla Discordia perché venisse concesso alla dea piú bella. In quell'occasione Zeus ordinò ad Ermes di condurre Era, Atena ed Afrodíte sul monte Ida (nella Tròade), dove furono giudicate da Pàride, il quale - quantunque Era lo allettasse con la lusinga di un vastissimo regno e Atena con l'invincibilità in combattimento - diede la palma della vittoria ad Afrodíte, che gli aveva promesso la mano di Elena. Cosí la dea si schierò coi Troiani per tutta la durata della guerra. E' da ricordare quando avvolse dentro una fitta nebbia Pàride nel duello con Menelào, salvandolo da sicura morte, e difese Enea da Diomede, che però le trapassò una mano con la lancia. Altri mortali aiutò a conseguire ambite nozze, come Peleo invaghito della ninfa marina Tetide; e altri per contro fieramente punì perchè rifuggivano da impudichi intrighi ed è qui appunto dove appare nella sua maggiore infamia l'immoralità della mitologia pagana. Così punì il Buon Ippolito e lo rese infelice facendo che la matrigna Fedra s'innamorasse di lui, e il giovane Narciso, il quale sdegnava i favori della Ninfa Eco, facendo che si invaghisse perdutamente di se stesso. Diverse altre leggende ci parlano delle violente collere e delle terribili maledizioni di Afrodíte, il cui corteo comprendeva Eros, le Càriti, le Ore e varie divinità minori. In epoca tarda si fece una chiara distinzione tra Afrodite PANDEMO, Afrodite URANIA e Afrodite PONTIA; la prima era l'Afrodite terrena, protettrice anche di amori volgari; la seconda era la Dea dell'amore celeste, datrice di ogni benedizione; la terza era l'Afrodite marina, patrona della navigazione e dei naviganti. Così il dominio di Afrodite s'estendeva su tutta quanta la natura. Merita di essere ricordata in particolare la leggenda dell'amore di Afrodite per Adone, figlio di Fenice e di Alfesibea. Leggenda d'origine asiatica, e sebbene più volte e in più modi trattata e ampliata dai poeti greci, lascia trasparire il suo senso primitivo naturalistico. Racconta dunque che il bel giovane, di cui Afrodite era innamorata, morisse durante una caccia, ucciso da un cinghiale. Ella, addoloratissima, pregò Zeus di richiamarlo in vita; ma intanto se n'era anche invaghita Persefone, Dea dei morti e non lo voleva rendere. Alfine Zeus sentenziò che per una parte dell'anno rimanesse Adone nel regno delle ombre, e nel resto dell'anno tornasse tra i vivi. Evidentemente la bestia che uccide Adone è il simbolo dell'inverno, il cui freddo sole fa spegnere la vita della natura e Adone è la natura stessa che riprende vigore al ritorno periodico della primavera.

AFRODITE ITALICA

Venere è stata una delle più importanti Deità dell'Italia antica, la Dea della primavera, del sorriso della natura, le era sacro il mese dei fiori, Aprile. Il nome stesso di Venere significa bellezza e grazia. Però in Italia questa Dea. dalla bellezza unica ed ammaliante, ebbe anche un'importanza politica, credendosi ch'ella esercitasse una benefica influenza sulla concordia fra i cittadini e sulla socievolezza tra gli uomini. Dall'importanza che il culto di una tale Dea aveva presso i Latini, si ebbe che quando Venere si fuse con Afrodite, e le leggende di questa furono accolte in occidente, facile ascolto trovò anche la leggenda di Enea, detto figlio di Venere, e fondatore della stirpe romana. In Roma v'erano tre santuari di Venere, quello della dea Murcia, della Cloacina e della Libitina. Murcia è colei che addolcisce, quindi la Dea che accarezza l'uomo e ne seconda le passioni; più tardi si identificò Murcia a Murtea, e si pensò a una Dea del mirto (simbolo di casto amore); un tempio in onore di costei sorgeva a piedi dell'Aventino presso il Circo Massimo, che si voleva fabbricato dai Latini ivi stanziati per opera di Anco Marzio. Il tempio di Cloacína si trovava vicino al Comitium, forse in quel punto ove la cloaca maxima entrava nell'area del foro e ricordava la riconciliazione tra Romani e Sabini dopo il ratto delle Sabine. Infine Libitina era Dea dei morti; nel suo tempio, di cui non si è mai riusciti a trovare il luogo,si conservavano gli arredi necessari per i trasporti funebri. Nè faccia meraviglia che la Dea del piacere (libet) divenisse Dea dei morti; spesso nell'antica mitologia la vita più rigogliosa è messa in qualche rapporto colla morte, e anche qui può dirsi che gli estremi si toccano. A queste forme più antiche del culto latino di Venere se n'aggiunsero col tempo delle altre, segnatamente quello della Venus Victrix onorata di un tempio sul Campidoglio, e della Venus Genetrix venerata soprattutto da Giulio Cesare che faceva discendere da lei per via di Enea la sua famiglia, e che a lei votò un tempio dopo la vittoria di Farsalo; questo tempio fu costruito con grande sfarzo nel settembre del 46 A C.


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http://www.eracle.it/mitologia/afrodite.asp



Dalla Saggezza diDeboraSelma

ZEUS E HERA

Oggi continuiamo a farci gli affaracci del nostro mitico Zeus,
e ci occupiamo della sua moglie leggittima,Hera,alla quale ne fa passare di cotte e di crude.



La toeletta di Giunone
,Andrea Appiani 1811 circa



Nella mitologia greca Hera (in greco Ἥρα o Ἥρη) era la moglie e sorella maggiore di Zeus.

Figlia di Crono e Rea, venne brutalmente mangiata dal padre, che intendeva ucciderla come tutti i suoi fratelli, perché una profezia aveva detto che uno dei figli di Crono avrebbe preso il suo posto sul trono degli dei. Zeus però riuscì a salvarsi e, una volta cresciuto, salvò tutti i suoi fratelli, uccidendo poi Crono con un fulmine.

Era la dea del matrimonio e la sua continua lotta contro i tradimenti del consorte diede origine al tema ricorrente della "Gelosia di Hera" che rappresenta lo spunto per quasi tutte le leggende e gli aneddoti relativi al suo culto. La figura a lei corrispondente nella mitologia romana fu Giunone. I suoi simboli sacri erano la vacca ed il pavone

Hera veniva ritratta come una figura maestosa e solenne, spesso seduta sul trono mentre porta come corona il "Polos", il tipico copricapo di forma cilindrica indossato dalle dee madri più importanti di numerose culture antiche. In mano stringeva una melagrana, simbolo di fertilità e di morte usato anche per evocare, grazie alla somiglianza della sua forma, il papavero da oppio.

I templi di Hera costruiti in due dei luoghi in cui il suo culto fu particolarmente sentito, l’isola di Samo e l’Argolide, risalgono al VIII secolo a.C. e furono i primissimi esempi di tempio greco monumentale della storia (si tratta rispettivamente dell'Heraion di Samo e dell'Heraion di Argo).
Il nome "Hera" potrebbe avere numerose diverse etimologie contrastanti l’una con l’altra. Una prima possibilità è di metterlo in relazione con "hora" (stagione), e di interpretarlo come "pronta per il matrimonio". Alcuni studiosi ritengono che possa significare "padrona" intendendolo come un derivato femminile della parola "heros" (signore). C’è chi propone che significhi "giovane vacca" o "giovenca", in conformità con il comune epiteto a lei riferito di "Boopis (greco : "βοῶπις" - dall’occhio bovino). La voce "E-Ra" è comunque già presente nelle più antiche tavolette micenee. Tutto questo indica però che, a differenza di quanto accade per altri dei greci come Zeus e Poseidone, l’origine del nome di Hera non può essere ascritta con sicurezza né alla lingua greca né in genere ad una lingua indoeuropea. Alcuni aspetti del suo culto sembrano suggerire che Hera sia in realtà una figura sopravvissuta, con alcuni adattamenti, da antichi culti minoici e pelasgi e si rifaccia ad una "grande dea madre" adorata in quelle culture. L’importanza di Hera fin dall’età arcaica è testimoniata dai grandi edifici di culto che vennero realizzati in suo onore.Il culto di Hera, adorata come "Hera di Argo" (Hera Argeia), fu particolarmente vivo nel suo santuario che si trovava tra le città-stato micenee di Argo e Micene, dove si tenevano le celebrazioni in suo onore chiamate Heraia.L’altro principale centro dedicato al suo culto si trovava nell isola di Samo. Templi dedicati ad Hera sorgevano anche ad Olimpia, Corinto, Tirinto, Perachora e sulla sacra isola di Delo. Nella Magna Grecia, a Paestum, quello che per lungo tempo fu creduto essere il tempio di Poseidone, negli anni ’50 si è scoperto che in realtà è un secondo tempio dedicato ad Hera.

Nella cultura greca classica, gli altari venivano costruiti a cielo aperto. Hera potrebbe essere stata la prima divinità a cui fu dedicato un tempio dotato di un tetto chiuso, che fu eretto circa nell’ 800 a.C. a Samo, e fu successivamente sostituito dall’ Heraion, uno dei templi greci più grandi in assoluto. I santuari più antichi, per i quali vi sono meno certezze circa la divinità a cui erano dedicati, erano realizzati secondo un modello Miceneo chiamato "casa-santuario". Gli scavi archeologici di Samo hanno portato alla luce offerte votive, molte delle quali risalenti al VIII e VII secolo a.C., che rivelano come Hera non fosse considerata soltanto una dea greca locale di ambiente egeo: attualmente il museo raccoglie statuette che rappresentano dei e supplici ed offerte votive di altro tipo provenienti dall’ Armenia, da Babilonia, dalla Persia, dall’Assiria e dall’Egitto, a testimonianza dell’alta considerazione di cui godeva questo santuario e del grande flusso di pellegrini che attirava.

Sull’isola Eubea ogni sessant’anni si celebravano le Grandi Dedalee, riti dedicati ad Hera.

Nelle raffigurazioni ellenistiche il carro di Hera era trainato da pavoni, una specie di uccello che in Grecia è rimasta sconosciuta fino alle conquiste di Alessandro: Aristotele, l’istitutore di Alessandro si riferiva a quest’animale come all’ "uccello persiano". Il motivo artistico del pavone fu riportato molto più tardi in voga dall’ iconografia rinascimentale, che fondeva tra loro le figure di Hera e Giunone. In epoca arcaica, un periodo durante il quale ad ogni dea dell’area egea era associato il "suo" uccello, veniva associato ad Hera anche il cuculo che appare in alcuni frammenti che raccontano la leggenda dei primi corteggiamenti alla vergine Hera da parte di Zeus.

Nei tempi più antichi la sua associazione più importante era quella con il bestiame, come dea degli armenti, venerata specialmente nell’isola Eubea detta "ricca di mandrie". Il suo epiteto più comune nei poemi omerici, "boopis", viene sempre tradotto "dall’occhio bovino" dal momento che, come i Greci dell’età classica, la nostra cultura rifiuta la più naturale traduzione "dal volto di vacca" o "dall’aspetto di vacca": un’Hera dalla testa bovina come il Minotauro verrebbe percepita come un oscuro e spaventoso demone. Tuttavia sull'isola di Cipro sono stati trovati dei teschi di toro adattati ad essere usati come maschera, il che suggerisce un probabile antico culto dedicato a divinità con un simile aspetto.

Altri suoi tipici epiteti furono :

* θεὰ λευκώλενος : theá leukốlenos, la dea dalle bianche braccia.
* χρυσόθρονος : khrusóthronos, dal trono d'oro.
* eukomos : dagli splendidi capelli.

La melagrana, antico simbolo dell’arcaica Grande Dea Madre, continuò ad essere usato come simbolo di Hera: molte delle melagrane e dei papaveri da oppio votivi trovati negli scavi di Samo sono realizzate in avorio, materiale che resiste all’usura del tempo meglio del legno, con il quale dovevano essere invece comunemente realizzati. Al pari delle altre dee, Hera veniva ritratta mentre indossava un diadema e con un velo sul capo.
Hera è la patrona del matrimonio propriamente detto e rappresenta l’archetipo simbolico dell’unione di uomo e donna nel talamo nuziale, tuttavia non è certo famosa per le sue qualità di madre. I figli legittimi nati dalla sua unione con Zeus sono Ares, Ebe (la dea della giovinezza), Eris (la dea della discordia) ed Ilizia (protettrice delle nascite). Hera, resa gelosa dal fatto che Zeus era diventato padre di Atena senza di lei (infatti l’aveva avuta da Metide), decise di per ripicca di mettere al mondo Efesto senza la collaborazione del marito. Entrambi però rimasero disgustati al vedere la bruttezza di Efesto e lo scagliarono giù dall’ Olimpo. Una leggenda alternativa dice che Hera mise al mondo da sola tutti i figli che tradizionalmente sono attribuiti a lei e Zeus, e che lo fece semplicemente battendo il suolo con la mano, un gesto di grande solennità nella cultura greca antica.

Efesto si vendicò del rifiuto subito dalla madre costruendole un trono magico che, una volta che ella vi si sedette, non le permise più di alzarsi. Gli altri dei pregarono più volte Efesto di tornare sull’Olimpo e liberarla, ma egli rifiutò ripetutamente. Allora Dioniso lo fece ubriacare e lo riportò sull’Olimpo incosciente, trasportandolo con un mulo. Efesto accettò di liberare Hera, ma solo dopo che gli fu concessa in moglie Afrodite.
Hera era la matrigna dell’eroe Eracle, nonché la sua principale nemica. Quando Alcmena era incinta di Eracle, Hera tentò di impedirne la nascita facendo annodare le gambe della puerpera. Fu salvata dalla sua serva Galantide che disse alla dea che il parto era già avvenuto, facendola desistere. Scoperto l’inganno, Hera trasformò Galantide in una donnola per punizione. Quando Eracle era ancora un bambino, Hera mandò due serpenti ad ucciderlo mentre dormiva nella sua culla. Eracle però strangolò i due serpenti afferrandoli uno per mano, e la sua nutrice lo trovò che si divertiva con i loro corpi come fossero giocattoli. Quest’aneddoto è costruito attorno alla figura dell’eroe che stringe un serpente per mano, esattamente come la famosa dea che teneva in mano i serpenti dell’epoca minoica.

Una descrizione dell’origine della Via Lattea dice che Zeus aveva indotto con l’inganno Hera ad allattare Eracle: quando si era accorta di chi fosse, l'aveva strappato via dal petto all’improvviso e uno schizzo del suo latte aveva formato la macchia nel cielo che ancor oggi possiamo vedere. Gli Etruschi dipinsero un Eracle adulto e già con la barba attaccato al seno di Hera.

Hera fece in modo che Eracle fosse costretto compiere le sue famose imprese per conto del re Euristeo di Micene e, non contenta, tentò anche di renderle tutte più difficili. Quando l’eroe stava combattendo contro l’ Idra di Lerna lo fece mordere ad un piede da un granchio, sperando di distrarlo. Per causargli ulteriori problemi, dopo che aveva rubato la mandria di Gerione, Hera mandò dei tafani per irritare e spaventare le bestie, quindi fece gonfiare le acque di un fiume in modo tale che Eracle non potesse più guadarle con la mandria, costringendolo a gettare nel fiume enormi pietre per renderlo attraversabile. Quando finalmente riuscì a raggiungere la corte di Euristeo, la mandria fu sacrificata in onore di Hera. Euristeo avrebbe voluto sacrificare alla dea anche il Toro di Creta, ma Hera rifiutò perché la gloria di un simile sacrificio sarebbe andata di riflesso anche ad Eracle che l’aveva catturato. Il toro fu così lasciato andare nella piana di Maratona diventando famoso come il Toro di Maratona.

Alcune leggende dicono che Hera alla fine si riconciliò con Eracle, dato che l’aveva salvata da un gigante che tentava di stuprarla, e gli concesse anche come moglie sua figlia Ebe.

I figli che Hera dette a Zeus sono numerosi:

Ares

Nella mitologia greca Ares (in Greco Άρης ) è il figlio di Zeus ed Hera. Viene molto spesso identificato tra i dodici Olimpi come il dio della guerra in senso generale, ma si tratta di un'imprecisione: in realtà Ares è il dio solo degli aspetti più selvaggi e feroci della guerra, e della lotta intesa come sete di sangue.

Per i Greci Ares era un dio del quale diffidare sempre.Il suo luogo di nascita e la sua vera residenza si trovavano in Tracia, ai limiti estremi della Grecia, paese abitato da genti barbare e bellicose;e proprio in Tracia Ares decise di ritirarsi dopo che venne scoperto a letto con Afrodite.Sebbene anche Atena, la sorellastra di Ares, venisse considerata come dea della guerra, il suo campo di azione era quello delle strategie di combattimento e dell'astuzia applicata alle battaglie, mentre Ares prediligeva gli improvvisi ed imprevedibili scoppi di furia e violenza che in guerra si manifestano. I suoi animali sacri erano il cane e l'avvoltoio.

La parola "Ares" fino all'epoca classica fu usata anche come aggettivo, intendendosi come infuriato o bellicoso, ad esempio si ricordano le forme Zeus Areios, Athena Areia, o anche Aphrodite Areia. Alcune iscrizioni risalenti all'epoca Micenea riportano Enyalios, un nome che è sopravvissuto fino all'epoca classica come epiteto di Ares

Pur essendo protagonista nelle vicende belliche, raramente Ares risultava vincitore. Era più frequente, invece, che si ritirasse vergognosamente dalla contesa,come quando combatté a fianco di Ettore contro Diomede, o nella mischia degli Dei sotto le mura di Troia: in entrambi i casi si rifugiò sull'Olimpo perché messo in seria difficoltà - direttamente o indirettamente - da Atena. Altre volte, invece, la sua furia brutale si trovò contrapposta alla lucida astuzia e alla forza di Eracle, come nell'episodio dello scontro dell'eroe con suo figlio Cicno.

I Romani identificarono Ares con il loro dio della guerra Marte, che a sua volta era stato adottato dalla più antica religione Etrusca.
I simboli di Ares

Ares aveva una quadriga trainata da quattro cavalli immortali dal respiro infuocato, legati al carro con finimenti d'oro. Tra tutti gli dei si distingueva per la sua armatura bronzea e luccicante ed in battaglia abitualmente brandiva una lancia. I suoi uccelli sacri erano il barbagianni, il picchio, il gufo reale e, specialmente nel sud della Grecia, l'avvoltoio. Secondo le Argonautiche gli uccelli di Ares, muovendosi come uno stormo e lasciando cadere piume appuntite come dardi, difendevano il suo tempio costruito dalle Amazzoni su di un'isola vicina alla costa del Mar Nero.
Nonostante la sua figura sia importante per poeti ed aedi, il culto di Ares non era molto diffuso nell'antica Grecia, tranne che a Sparta dove veniva invocato perché concedesse il suo favore prima delle battaglie e, nonostante sia presente nelle leggende riguardanti al fondazione di Tebe è uno degli dei sul conto del quale gli antichi miti meno si soffermano.

A Sparta c’era una statua di Ares che lo ritraeva incatenato, a simboleggiare che lo spirito della guerra e della vittoria non avrebbero mai potuto lasciare la città; durante le cerimonie in suo onore venivano sacrificati cani, usanza mutuata dall'antica pratica di sacrificare cuccioli alle divinità ctonie.

Il tempio di Ares nell'agorà di Atene che il geografo Pausania ebbe modo di vedere nel II secolo era in realtà un tempio la cui destinazione era stata cambiata all'epoca di Augusto, ed in effetti si trattava di un tempio romano dedicato a Marte. L' Areopago, ovvero la collina di Ares sulla quale predicò Paolo di Tarso, si trova invece ad una certa distanza dall'Acropoli e nei tempi antichi vi si svolgevano i processi e la sua presunta relazione con Ares potrebbe essere solo frutto di un'errata interpretazione etimologica.

Vale la pena riprendere più approfonditamente la storia di Ares,che come il padre aveva un brutto vizio:quello di sfornare figli!!!
;-)



Ilizia


Ilizia di Amniso (dal greco Eiléithyia), Eilithia, Eilythia, Ilithia, Eileithyia, Eileithyiai, o Eleuthia (dialetto cretese) è una figura della mitologia greca, probabilmente una divinità pre-olimpica, in taluni casi identificata dai narratori in forma plurale ("le Ilizie") (in particolare nell'Iliade). Nonostante nessun mito la vide protagonista, la citano numerose iscrizioni di nascite. Il suo nome appare in alcune tavolette di Cnosso redatte in Lineare B, che sono state analizzate attentamente e che mostrano la continuità di culto dal neolitico all'epoca classica. Una particolarità è che essa risulta essere l'unica dea minoica a non avere per nome un aggettivo sostantivato

Figlia di Zeus e di Era, come viene descritta da Esiodo, Apollodoro e Diodoro Siculo, viene altre volte identificata con Artemide, con Era o Demetra, tramite un procedimento di ipostasi. A Roma si confuse spesso anche con Giunone Lucina, mentre Pausania la descrive come brava filatrice e più anziana di Cronos, identificandola nella Moira. Secondo un inno di Olen, è un iperborea, madre di Eros. È descritta come presente alla nascita di numerosi dei, tra i quali Eracle, Apollo e Artemide. Secondo il III Inno Omerico ad Apollo, Hera catturò Ilizia, mentre stava tornando dal nord dagli Iperborei, per ostacolare le doglie di Leto per Artemide ed Apollo, essendo Zeus il padre. Le altre dee presenti alla nascita a Delo mandarono Iris a prenderla. Non appena Ilizia mise piede sull'isola, iniziarono le doglie.




Inizialmente le Ilizie (come descritte da Omero) erano coloro che provocavano i dolori del parto, solo successivamente, a Creta, l'Ilizia era venerata come dea della fertilità, per poi affermarsi a Delo. Col passare del tempo il culto si diffuse in molte città Greche, in Etruria e in Egitto e la sua funzione diventò quella di aiutare le partorienti.
La rappresentazione della dea non è costante, sebbene possano notarsi dei tratti peculiari comuni. Ad esempio, essa appare frequentemente nella ceramica durante la nascita di Atena e Dioniso. Nella nascita di Atena appaiono più precisamente 2 ilizie, con le mani protese al cielo, nel gesto dell'epifania.

Ad Ilizia furono consacrate delle caverne (probabilmente simboleggianti l'utero), che si ritiene fossero il suo luogo di nascita così come quello del suo culto, come menziona chiaramente l'Odissea; una delle più importanti è quella di Amnisos, il rifugio di Cnosso, dove sono state trovate stalgmiti che probabilmente la rappresentano. La caverna di Creta ha suggestive stalattiti dalla forma di una doppia dea che causa le doglie e le ritarda; inoltre sono state anche trovate delle offerte votive. Qui fu probabilmente adorata durante il periodo Minoico-Miceneo.

Nel periodo classico, si trovano santuari di Ilizia nelle città cretesi di Lato e Eleutherna ed una grotta sacra ad Inatos.

Ad Olimpia nel II secolo Pausania fece un resoconto di un tempio arcaico con una cella dedicata al serpente salvatore della città (Sisipolis) e ad Ilizia. In esso è raffigurata Ilizia come una sacerdotessa-vergine che sfama un serpente con dolci torte di orzo ed acqua. Il tempio infatti commemora l'apparizione improvvisa di una vecchia con un bambino fra le braccia, proprio quando gli Eli stavano per essere minacciati da Arcadia; il bimbo, posto a terra fra i contendenti, si mutò in serpente, spazzando via gli Arcadi in volo, e poi sparì dietro la collina.

Ad Atene, stando a quanto scrisse Pausania, erano presenti molte raffigurazioni di Ilizia, una delle quali è stata portata da Creta; egli menzionò inoltre santuari di Ilizia a Tenea, ad Argo ed uno estremamente importante ad Aigion.

Molto interessante la terracotta dell' Heraion del fiume Sele (conservata al Museo di Paestum) in cui la dea viene rappresentata nuda e in ginocchio dietro un mantello sostenuto da due genietti alati.

Ilizia, insieme ad Artemide e Persefone è spesso raffigurata con in mano delle torce per portare i bimbi verso la luce, fuori dall'oscurità, nella mitologia Romana infatti la sua controparte è rappresentata da Lucina (della luce).

Nei santuari greci sono presenti piccole figure votive di terracotta (kourotrophos) che raffigurano una bambinaia immortale che si prende cura di bimbi divini e si pensa che questa possa essere collegata a Ilizia.



Efesto


Efesto (in greco Ἥφαιστος, Hêphaistos) nella mitologia greca è il dio del fuoco, della tecnologia, dei fabbri, degli artigiani, degli operai, degli scultori, dei metalli e della metallurgia. Era adorato in tutte le città della Grecia in cui si trovassero attività artigianali, ma specialmente ad Atene. Nell'Iliade, Omero ci racconta di come Efesto fosse brutto e di cattivo carattere, ma con una grande forza nei muscoli delle braccia e delle spalle, per cui tutto ciò che faceva era di un'impareggiabile perfezione.

Nonostante la tradizione antica indicasse che la sua fucina si trovava sull’isola di Lemnos, i coloni greci che erano andati a popolare il sud dell’Italia presero ben presto ad identificare Efesto con il dio Adranos, che i miti della zona collocavano sull’Etna, e con Vulcano, collegato alle Isole Lipari: queste suggestioni fecero sì che la sua fucina nei versi di aedi e poeti venisse spostata in questi luoghi. Il filosofo Apollonio di Tiana disse: "esistono molte altre montagne infuocate in giro per il mondo e non dovremmo comunque occuparcene, se le attribuiamo a giganti e dei come Efesto."

Il culto di Efesto era in qualche modo connesso con gli antichi - e precedenti alla cultura greca – culti dei misteri dei Cabiri, che a Lemno erano chiamati anche gli Hephaistoi, ovvero gli "uomini di Efesto". Gli appartenenti ad una delle tre tribu che vivevano a Lemno chiamavano sé stessi "gli Efestini" e sostenevano di discendere direttamente dal dio.

I suoi simboli sono il martello da fabbro, l’incudine e le tenaglie. In qualche rappresentazione è ritratto mentre porta una scure.

Nella mitologia romana la figura equivalente ad Efesto era Vulcano.



Ebe

Ebe nella mitologia greca è la divinità della gioventù, figlia di Zeus e di Era. La sua figura è appare più volte nei poemi omerici e viene citata anche da Esiodo.

Nel monte Olimpo Ebe era ancella delle divinità, a cui serviva nettare ed ambrosia (nell'Iliade, libro IV). Il suo successore fu il giovane principe troiano Ganimede. Nel libro V dell'Iliade è anche colei che immerge il fratello Ares nell'acqua, dopo la battaglia con Diomede.

Nell'Odissea (libro XI) è la sposa di Eracle (anche se l'autenticità del brano non è certa). Euripide comunque la cita nelle Eraclidi.

Non sono sopravvissuti miti relativi ad Ebe e l'unico santuario a lei attribuito è quello di Flio.

In Arte, è una famosa statua di Antonio Canova, di cui esistono quattro versioni: l'unica in Italia è conservata al Museo di Forlì.

La dea corrispondente nella mitologia romana è Iuventas


Eris


Eris (dal greco antico Ἐρις, «conflitto, lite, contesa») è una figura della mitologia greca, la dea della discordia.

È strettamente legata ad Ares, cui spesso si accompagna, e secondo alcuni faceva da guardia al palazzo del dio della guerra, in Tracia.



L'episodio più significativo cui la dea è legata è quello della mela della discordia: furiosa per l'esclusione dal banchetto nuziale di Peleo e Teti, Eris giunse perfino a contemplare l'idea di scagliare i Titani contro gli altri Olimpi, che erano stati tutti invitati, e detronizzare Zeus. Poi, però, scelse una via più subdola per compiere la sua vendetta. Giunta sul luogo in cui si teneva il banchetto, fece rotolare una mela d'oro, secondo alcuni presa nel giardino delle Esperidi, dichiarando che era destinata “alla più bella” fra le divine convitate. La disputa che sorse fra Era, Atena e Afrodite per l'assegnazione della frutto e del relativo titolo, condusse al giudizio di Paride e in seguito al ratto di Elena che originò la guerra di Troia.
Tutti i mitografi convengono nel descrivere Eris come una dea spietata e sanguinaria, animatrice dei conflitti e delle guerre tra gli uomini, dei quali gode e si rallegra.

Omero ne offre un illuminante ritratto, descrivendola come «una piccola cosa, all'inizio» che cresce fino ad «avanzare a grandi falcate sulla terra, con la testa che giunge a colpire i cieli», seminando odio fra gli uomini e acuendone le sofferenze. Forse per questo il poeta le attribuisce anche l'epiteto di “signora del dolore”. Una simile rappresentazione si ritrova anche in Quinto Smirneo: mentre Eris cresce a dismisura, la terra trema sotto i suoi piedi, la sua lancia ferisce il cielo, dalla sua bocca si sprigionano fiamme spaventose, mentre la sua voce tonante accende gli animi degli uomini.

Lo stesso tema viene ripreso in una delle favole di Esopo: Eracle sta attraversando uno stretto passaggio, quando nota una mela che giace sul suolo. La colpisce ripetutamente con la sua clava, ma ad ogni percossa la mela raddoppia le sue dimensioni, fino a ostruire completamente il cammino dell'eroe. Atena, avvedendosi della cosa, spiega allora a Eracle come quella mela sia in realtà Aporia e Eris: se lasciata a sé stessa, rimane piccola, ma a combatterla si ottiene solo di ingigantirla.

Esiodo rammenta comunque come la dea abbia, oltre a quella violenta, anche un'altra natura, che se compresa può essere d'aiuto ai mortali: quando si presenta nella forma della competizione, la dea è di stimolo agli uomini, spingendoli a superare i propri limiti e permettendo loro di conseguire risultati che la loro innata pigrizia renderebbe altrimenti irraggiungibili
Pur essendo una divinità, il ruolo di Eris nella mitologia greca è marginale, limitato per lo più a brevi apparizioni sui campi di battaglia, specie durante la guerra di Troia. La dea vi è sovente appositamente inviata da Zeus per aizzare con le sue grida gli spiriti dei combattenti: non solo quelli dei greci, per i quali parteggia al pari di Ares, ma anche quelli dei troiani. Il suo accanimento supera però quello del fratello, al punto che Eris spesso rimane a gioire del sangue versato dagli uomini anche dopo che gli altri dei si sono ritirati, e ama passeggiare fra i corpi dei morti e dei morenti quando lo scontro si è già concluso.

Di lei sappiamo che forgiò l'alabarda con cui l'amazzone Pentesilea, figlia di Ares, combatté nella guerra di Troia, e che apparve in sogno a Dioniso, sotto le mentite spoglie di Rea per rimproverare al dio i suoi ozi ed esortarlo a riprendere la battaglia con il re d'India, allettandolo con la prefigurazione della sua prossima ascesa all'Olimpo. Aiutò Efesto a forgiare la collana di Armonia, che svolse il suo ruolo funesto nelle vicende dei Sette contro Tebe e dei loro Epigoni.

Stando a Nonno, fu l'ancella di Tifone durante la battaglia del mostro con Zeus, che invece era fiancheggiato da Nike.

Eris ebbe un ruolo anche nella vicenda del vello d'oro, nell'epoca in cui questo era entrato in possesso di Tieste, consentendogli di diventare re di Micene, ai danni dell'altro pretendente al trono, Atreo. Zeus, che prediligeva quest'ultimo, ottenne da Tieste la promessa che avrebbe ceduto il trono se il sole avesse cambiato il suo corso. Quindi, il dio inviò Eris sul cammino del carro di Elio, e la dea pose il sentiero della sera sotto gli zoccoli del cavallo dell'alba, di modo che il sole quel giorno, giunto a metà della volta celeste, invertì il suo normale tragitto e tramontò a oriente.

Infine, quando Politecno e Aedona di Colofone vantarono di amarsi più di Zeus e Era, la dea infuriata inviò Eris fra di loro per far nascere una disputa, il cui esito finale fu l'assassinio del marito da parte di Aedona



Dalla Saggezza diDeboraSelma

Atena (greco: Ἀθηνᾶ, Athēnâ, o Ἀθήνη, Athénē. In dorico: Ἀσάνα, Asána), figlia di Zeus e della sua prima moglie Metide, era la dea della sapienza, particolarmente della saggezza, della tessitura, delle arti e, presumibilmente, degli aspetti più nobili della guerra, mentre la violenza e la crudeltà rientravano nel dominio di Ares.

La sapienza rappresentata da Atena comprende sia le conoscenze tecniche usate nella tessitura e nell'arte di lavorare i metalli, sia l'astuzia (Metis) propria di personaggi come Odisseo. I suoi simboli sacri sono la civetta e l'ulivo.

Atena ha sempre con sé la sua civetta, indossa una corazza di pelle di capra chiamata Egida donatale dal padre Zeus ed è spesso accompagnata dalla dea della vittoria Nike. Quasi sempre viene rappresentata mentre porta un elmo ed uno scudo cui è appesa la testa della Gorgone Medusa, dono votivo di Perseo. Atena è una dea guerriera ed armata: nella mitologia greca appare come protettrice di eroi come Eracle, Giasone ed Odisseo. Non ebbe mai alcun marito od amante, e per questo era conosciuta come "Athena Parthenos" (La vergine Atena), da cui il nome del più famoso tempio a lei dedicato, il Partenone sull'acropoli di Atene. Dato il suo ruolo di protettrice di questa città, è stata venerata in tutto il mondo greco anche come "Athena Polis" (Atena della città). Il suo rapporto con Atene era davvero speciale, come dimostra chiaramente la somiglianza tra il suo nome e quello della città.

Il culto della dea Atena nell'area Egea risale probabilmente ad epoche preistoriche.Si sono trovate prove del fatto che nell'antichità Atena fosse vista essa stessa come una civetta, o comunque si trattasse di una Dea-uccello: nel terzo libro dell'Odissea assume la forma di un'aquila di mare. La sua egida decorata potrebbe rappresentare ciò che rimane delle ali di cui era dotata, dal momento che sulle decorazioni di antichi vasi in quel modo viene ritratta .

È possibile che il nome "Athena" sia di origine Lidia.Potrebbe trattarsi da una parola composta, derivata in parte dal tirreno "ati", che significa "madre", ed in parte dal nome della dea Hurrita Hannahannah che spesso è abbreviato in "Ana". Sembrerebbe fare la sua comparsa in una singola iscrizione in lingua micenea nelle tavolette in scrittura Lineare B : in un testo facente parte del gruppo delle "Tavolette della stanza del carro" rinvenute a Cnosso , la più antica testimonianza di scrittura lineare B, si trova "A-ta-na-po-ti-ni-ja" "/Athana potniya/". Sebbene questa frase venga spesso tradotta come "Padrona Atena", letteralmente significa "la potnia di At(h)ana", che probabilmente vuol dire "La dama di Atene" : non è comunque possibile stabilire con certezza se vi sia una connessione con la città di Atene. Si è rinvenuta anche la forma "A-ta-no-dju-wa-ja" "/Athana diwya/", la cui parte finale è la scomposizione in sillabe in Lineare B di quella che greco è conosciuta come "Diwia" (in miceneo "di-u-ja" o "di-wi-ja") – ovvero "divina"- Atena, attributo della dea della tessitura e delle arti.

Nel suo dialogo Cratilo, Platone fornisce un'etimologia del nome di Atena basta sul punto di vista degli antichi Ateniesi,] sostenendo che derivi da A-theo-noa (A-θεο-νόα) o E-theo-noa (H-θεο-νόα), che significa "la mente di Dio". Platone ed Erodoto notarono anche che in Egitto, nella città di Sais, si adorava una dea il cui nome in egiziano era Neith [10] e la identificano con Atena.

NOMI DI ATENA

Da Omero in poi, l'epiteto di Atena più comunemente usato in poesia è "glaukopis” (γλαυκώπις), che viene solitamente tradotto come "con lo sguardo scintillante" o "dagli occhi lampeggianti". Il termine è una combinazione di "glaukos" (γλαύκος, che significa "lucente", "argenteo" e, in epoche più tarde "blu-verdognolo" e "grigio") e "ops" (ώψ, "occhio" o talvolta "viso"). È interessante notare che "glaux" (γλαύξ, civetta) deriva dalla medesima radice, probabilmente per i particolari occhi di cui è dotato l'animale. La figura di quest'uccello capace di vedere di notte è strettamente legata alla dea della saggezza: a partire fin dalle prime raffigurazioni è dipinta con la civetta appollaiata sulla testa. In epoca arcaica Atena potrebbe essere stata una dea-uccello simile a Lilith o alla dea raffigurata con ali ed artigli da civetta sul Rilievo di Burney, un rilievo in terracotta mesopotamico degli inizi del secondo millennio a.C.

Atena Tritogeneia


Nell' Iliade (4.514), negli Inni omerici e nella Teogonia di Esiodo viene attribuito ad Atena il singolare epiteto di "Tritogeneia". Il significato di questo termine non è chiaro: sembrerebbe voler dire " nata Tritone", forse riferendosi al fatto che secondo alcuni antichi miti suo padre era il dio del mare[11] o, ipotesi ancor più dubbia, che fosse nata nei pressi del lago Tritone che si trova in Africa. Un altro possibile significato è "tre volte nata" o "terza nata", riferendosi a lei come terza figlia di Zeus oppure alludendo al fatto che era nata da Zeus, da Metide ed anche da sé stessa; varie leggende la indicano infatti come figlia successiva rispetto ad Artemide ed Apollo, al contrario di altre che ne parlano come della primogenita.



Pallade Atena

Un suo appellativo molto frequente è "Pallade Atena" ("Παλλάς Αθηνά"). L'epiteto deriva da un'ambigua figura mitologica chiamata Pallade, talvolta maschio talvolta femmina che, al di fuori della sua relazione con la dea, è citata soltanto nell'Eneide di Virgilio. Secondo alcune versioni della leggenda Atena uccise Pallade per errore, come ad esempio in una versione Pelasgia secondo la quale Pallade era una compagna di giochi della giovane Atena che la uccise per sbaglio mentre simulavano un combattimento: Atena prese quindi il nome di Pallade in segno di lutto per dimostrare il suo rimorso.[12] Nell'Inno omerico ad Hermes, Pallade era invece il padre della dea della luna Selene. In altre versioni ancora si trattava di uno dei Giganti che Atena uccise nella Gigantomachia. Le cose però potrebbero essere andate in maniera ancora diversa , ed Atena aver soppiantato una precedente mitica Pallade assorbendola nella sua figura in modo meno "traumatico", quando questa divenne dapprima Pallas Athenaie (Pallade di Atene) come Hera di Argo era "Here Argeie", ed infine Pallade Atena cambiando lentamente ma completamente identità.[13] Per gli Ateniesi, d'altronde, ella era semplicemente "La Dea" (he theos), senz'altro un epiteto molto antico.


NASCITA DI ATENA

Tra gli dei dell'Olimpo Atena viene ritratta come la figlia prediletta di Zeus, nata già adulta ed armata dalla sua fronte dopo che egli ne aveva mangiato la madre, Metide. Varie sono le versioni riguardo alla sua nascita. Quella più comune dice che Zeus si coricò con Metide, dea della prudenza e della saggezza, ma subito dopo ebbe paura delle conseguenze che ne sarebbero derivate: una profezia diceva che i figli di Metide sarebbero stati più potenti del padre ,[16]fosse stato anche lo stesso Zeus. Per impedire che questo si verificasse, subito dopo essersi giaciuto con lei, Zeus indusse Metide a trasformarsi in una mosca e la inghiottì, ma era ormai troppo tardi: la dea aveva infatti già concepito un bambino. Metide cominciò immediatamente a realizzare un elmo ed una veste per la figlia che portava in grembo, e i colpi di martello sferrati mentre costruiva l'elmo provocarono a Zeus un dolore terribile. Così Prometeo (oppure, a seconda delle versioni, Efesto, Ermete o Palemone) aprì la testa di Zeus con un'ascia bipenne ed Atena ne balzò fuori già adulta ed armata e Zeus in questo modo uscì, malconcio ma vivo, dalla brutta disavventura.

Alcuni frammenti attribuiti alla storia dal semi-leggendario Sanchuniathon, che si dice essere stata scritta prima della guerra di Troia, suggeriscono che Atena sia invece la figlia di Crono, un leggendario re di Biblo che si dice avesse viaggiato per il "mondo inabitabile" ed avesse lasciato l'Attica in eredità ad Atena.

ATENE
Atena era in competizione con Poseidone per diventare la divinità protettrice della città che, all'epoca in cui si svolge questa leggenda, ancora non aveva un nome. Si accordarono in questo modo: ciascuno dei due avrebbe fatto un dono agli Ateniesi e questi avrebbero scelto quale fosse il migliore, decidendo così la disputa. Poseidone piantò al suolo il suo tridente e dal foro ne scaturì una sorgente. Questa avrebbe dato loro sia nuove opportunità nel commercio che una fonte d'acqua, ma l'acqua era salmastra e non molto buona da bere. Atena invece offrì il primo albero di ulivo adatto ad essere coltivato. Gli Ateniesi scelsero l'ulivo e quindi Atena come patrona della città, perché l'ulivo avrebbe procurato loro legname, olio e cibo. Si pensa che questa leggenda sia sorta nel ricordo di contrasti sorti nel periodo Miceneo tra gli abitanti originari della città e dei nuovi immigrati.

Una diversa versione della leggenda dice che Poseidone offrì in dono, anziché la sorgente, il primo cavallo, ma gli Ateniesi scelsero comunque il dono di Atena. Si può tra l'altro supporre che uno dei motivi per cui la scelta dei cittadini si orientò in questo senso, fu che Poseidone era considerato una divinità molto difficile da compiacere, che spesso aveva causato distruzioni anche nelle città delle quali era patrono. Atena rappresentava quindi un'alternativa migliore per il suo carattere meno violento.


Dalla Saggezza diDeboraSelma

Nell'Ultimo poist sul phanteon abbiamo
parelato di Atena,
Figlia di Zeus e di Metide.
Vedimao di fare un veloce carreggiata,visto che
come abbaimo capito Zeus era un pò...libertino e ci ha lasciato miglioni di figli e figlie!!!!


MNEMOSINE E LE MUSE

L'importanza delle muse nella mitologia antica fu assai elevata: esse infatti rappresentavano l'ideale supremo dell'Arte, di cui erano anche patrone.

Il numero delle muse e il campo dell'arte in cui esse agivano venne precisato intorno al IV sec a.C. I loro nomi erano:

* Calliope, dalla bella voce, la Poesia epica, con una tavoletta ed un libro;
* Clio, colei che rende celebri, la Storia, seduta e con una pergamena in mano;
* Erato, che provoca desiderio, la Poesia amorosa, con la lira;
* Euterpe, colei che rallegra, la Poesia lirica, con un flauto;
* Melpomene, colei che canta, la Tragedia, con una maschera, una spada ed il bastone di Eracle;
* Polimnia, dai molti inni, il Mimo, senza alcun oggetto;
* Talia, festiva, la Commedia, con una maschera, una ghirlanda d'edera ed un bastone;
* Tersicore, che si diletta della danza, la Danza, con plettro e lira;
* Urania, la celeste, l'Astronomia, con un bastone puntato al cielo

I sacrifici dedicati a loro prevedevano l'uso di acqua, latte e miele. Il loro culto, diffusosi dalla Beozia in tutto il mondo greco, giunse anche a Roma. Benchè non fossero oggette di vera e propria divinazione, venivano comunque considerate come protettrici delle Arti; qui vennero considerate parallelamente alle Camene.


ZEUS E SELENE

Selene (in greco Σελήνη, "luna") è la dea della luna, figlia di Iperione e Teia, sorella di Elio (il sole) ed Eos (l'aurora).

Selene è la personificazione della luna piena, insieme ad Artemide (la luna nuova), alla quale è a volte assimilata, ed a Ecate, la luna calante).

La dea viene generalmente descritta come una bella donna con il viso pallido, che indossa lunghe vesti fluide bianche od argentate e che reca sulla testa una luna crescente ed in mano una torcia.

Molte rappresentazioni la raffigurano su un carro trainato da buoi o su una biga tirata da cavalli, che insegue quella solare.

Fu sposa di Zeus, dal quale ebbe Pandia ed Erse (la rugiada).

Ebbe una relazione con Pan, che per sedurla si travestì con un vello di pecora bianca e Selene vi salì sopra.

Un altro mito che la riguarda è quello dell'amore per Endimione, re dell'Elide. Selene si innamorò del bellissimo giovane ed ogni notte lo andava a trovare mentre dormiva in una grotta del monte Latmo, in Asia Minore.

Pur di poterlo andare a trovare ogni notte, Selene gli diede un sonno eterno e dalla relazione nacquero cinquanta figlie.

Da lei ebbe tre figli:
Ersa
Pandia
Il leone di Nemea


ZEUS E TEMI

Evvai con una mega sfilza di figlioli!


Astrea
Nemesi

Le ore:

Le Ore erano sorelle delle Moire e venivano considerate le portinaie dell'Olimpo.

In origine erano tre e simboleggiavano il regolare scorrere del tempo nell'alterna vicenda delle stagioni (primavera, estate ed autunno fusi insieme, inverno); poi ne fu aggiunta una quarta (allusione all'autunno); in epoca romana finirono col personificare le ore vere e proprie, divenendo 12 e da ultimo 24. Le ore si presentano in duplice aspetto:

* in quanto figlie di Temi (l'Ordine universale) assicuravano il rispetto delle leggi morali;
* in quanto divinità della natura presiedevano al ciclo della vegetazione.

Questi due aspetti spiegano i loro nomi:

* Eunomia, la Legalità;
* Diche, la Giustizia;
* Irene, la Pace;

oppure:

* Tallo, la Fioritura primaverile;
* Auso, il Rigoglio estivo;
* Carpo, la Fruttificazione autunnale.

Le Ore sorvegliavano le porte della dimora di Zeus sull'Olimpo (le aprivano e le richiudevano disperdendo o accumulando una densa cortina di nuvole), servivano Giunone - che avevano allevata -, attaccavano e staccavano i cavalli dal suo cocchio e da quello di Elio; inoltre facevano parte del corteo di Afrodite - insieme con le Cariti - e di Dioniso.

Gli antichi le rappresentavano come leggiadre fanciulle stringenti nella mano un fiore o una pianticella, immaginandole peraltro brune ed invisibili con riferimento alle ore della notte; ma, se si eccettua un presunto matrimonio di Carpo con Zéfiro, non ne fecero le protagoniste di alcuna leggenda. Le onoravano con un culto particolare ad Atene (dove gli consacrarono un tempio), ad Argo, a Corinto, ad Olimpia.

Prima Generazione
Auso
Carpo
Tallo

Seconda Generazione
Diche
Irene
Eunomia

Terza Generatione
.Ferusa
Euporia
Ortosia

Le Moire :




Le Moire è il nome dato alle figlie di Zeus e di Temi o secondo altri di Ananke[1]. Ad esse era connessa l'esecuzione del destino assegnato a ciascuna persona.

Erano tre: Cloto, che filava lo stame della vita; Lachesi, che lo svolgeva sul fuso e Atropo che, con lucide cesoie, lo recideva, inesorabile. La lunghezza dei fili prodotti può variare, esattamente come quella della vita degli uomini. A fili cortissimi corrisponderà una vita assai breve, come quella di un neonato, e viceversa. Si pensava ad esempio che Sofocle, uno dei più longevi autori greci (90 anni), avesse avuto in sorte un filo assai lungo.

Si tratta di tre donne dall'anziano aspetto che servono il regno dei morti, l'Ade. Il sensibile distacco che si avverte da parte di queste figure e la loro totale indifferenza per la vita degli uomini accentuano e rappresentano perfettamente la mentalità fatalistica degli antichi greci.

Pindaro, in epoca più tarda, le indicò invece come le ancelle di Temi, al suo matrimonio con Zeus.

Esse agivano spesso contro la volontà di Zeus. Ma tutti gli dei erano tenuti all'obbedienza nei loro confronti, in quanto la loro esistenza garantiva l'ordine dell'universo, al quale anche gli dei erano soggetti.

Si dice che avessero un solo occhio che usassero a turno.



Con questo post
chiuso definitivamente il capitolo su Zeus,
da qui in poi tratteremo el altre divinità dell'Olimpo.
Chi volesse darmi una mano e postare qualcosa è il benvenuto!!



Dalla Saggezza diDeboraSelma

Continuiamo il nostro phanteon parlando di una divinità poco conosciuta:
ANNA PERENNA:






Antica dea romana che presiedeva al corso dell'anno, o, più propriamente al perpetuo rinnovarsi dell'anno.

Alcuni la ritengono una personificazione femminile dell' anno e del suo perpetuo ritorno, tanto piu che era anche chiamata Anna ac Peranna e che presso i romani vigeva l'augurio di: annare perannareque commode (passare un buon anno dall' inizio alla fine).

Altri scorgono in lei una dea della terra dal nome etrusco.

La sua festa, comunque, era il 15 marzo e dava occasione a banchetti in un bosco sacro alla dea che si stendeva lungo la via Flaminia.

La tradizione più comune la identifica con Anna, sorella di Didone, che dopo la tragica morte di questa, si rifugiò a Malta, presso il re Batto, per sfuggire al fratello Pigmalione. Nuovamente costretta a prendere il mare, naufragò sulle coste del Lazio dove, amorevolmente ospitata da Enea, suscitò la gelosia della moglie Lavinia. Didone, apparsale in sogno la esortò ad abbandonare la casa ospitale, e da allora si crede che il cornigero Numicio l'abbia rapita con le sue onde impetuose e l'abbia nascosta nei suoi antri.

Personaggio strano e dalle origini incerte, Anna è spesso rappresentata come una donna anziana e si ritiene che rappresenti per i romani la personificazione del ciclo dell'anno, anche se Ovidio ci fornisce ben due diverse versioni sulla sua vera identità. Secondo la prima, la donna sarebbe niente di meno che la sorella di Didone, la sfortunata amante di Enea. Fuggita da Cartagine durante una invasione della città, Anna sarebbe approdata nel Lazio e accolta da Enea. L'ospitalità del re nel suo palazzo è però di breve durata, perché la presenza di Anna suscita immediatamente la gelosia di Lavinia che medita di uccidere la sua presunta rivale. Intuendo il pericolo Anna fugge dal palazzo gettandosi nelle acque del fiume Numicio, il cui dio decide di proteggerla trasformandola in una ninfa. Dal gorgoglio delle acque, coloro che la stanno cercando, odono allora scaturire una voce che allude a "onde perenni" (amne perenne) da cui il nome di Anna Perenna.
La seconda versione, invece, si rifà alla prima rivolta della plebe a Roma avvenuta nel 494 a.C. I rivoltosi, rifugiatisi sul Monte Sacro, sarebbero stati sfamati ogni giorno da una vecchia, Anna, poverissima ma non per questo non generosa, che ogni mattina distribuisce loro del pane impastato con le sue mani. E' solo grazie all'aiuto di Anna che il popolo riesce a resistere. I romani, grati, ricompensano in seguito la vecchia dedicandole una statua. Qualunque sia la sua vera identità, Anna viene successivamente deificata rendendosi poi protagonista di un episodio piccante che ben si adatta al clima di generale gozzoviglia dei festeggiamenti in suo onore. Durante la festa, infatti, i romani banchettano all'aperto, ballano, cantano a squarciagola storielle oscene e si ubriacano senza remore, convinti di potersi allungare la vita di tanti anni quanti boccali di vino riusciranno ad ingurgitare.
L'episodio a "luci rosse" cui ci si riferisce è l'inganno perpetrato da Anna ai danni di Marte. Pare infatti che il dio, poco dopo l'ascesa di Anna al mondo degli immortali, le chieda di intercedere in suo favore nei confronti della incorruttibile Minerva (la greca Athena) della quale si è invaghito. Dopo lunghi patteggiamenti Anna fa credere a Marte di essere stato invitato in segreto dalla sua amata ad incontro galante. Marte si presenta nell'alcova e consuma ore di sfrenata passione con una compagna velata. E' solo quando ella si scopre il volto e lo beffeggia, che il povero Marte si rende conto che la donna altri non è se non la stessa Anna.

Dalla Saggezza diDeboraSelma

Lux Mundi
Libertà


Il 10 dicembre è la festa romana di Lux Mundi, la Luce del Mondo. In questo stesso giorno, nel 1793,l'attrice francese Mille Maillard fu scelta per personificare la dea della Libertà. Fu portata Notre dame e fatta sedere sull'altare, dove le fu portata una candela accesa, simbolo della libertà e della luce del mondo.

Secondo i Five Hundred Points of Good Husbandry (Tusser, 1573), questa era l'epoca in cui la gente per bene faceva provviste di legna da ardere e preparava i jumble-biscuit (piccole ciambelle).

Il Fairfax Household Book del XVII sec. rivela:

Per preparare i jumble-biscuit, prendete dodici tuorli d'uovo e cinque albumi, 450g di zucchero, 225g di burro, 20g di macis tritato finemente, un pizzico di sale, 14g di semi di anice e 14g di semi di cumino. Mescolate il tutto con tanta farina quante ne occorre per portarlo alla consistenza di un impasto, e poi formate anelli o nodi. Cuocete i biscotti in forno finché non saranno consistenti e serviteli con vino speziato
.

Dalla Saggezza diDeboraSelma

BELISAMA

Una delle poche divinità femminili sufficientemente stabili e caratterizzate del pantheon celtico-cisalpino. Dai ritrovamenti archeologici quali statuette votive o iscrizioni s'è potuto notare che principalmente veniva adorata nell'attuale Francia e lungo tutto l'arco alpino. Belisama è la Dea delle acque, signora dei fiumi, dei ruscelli e delle fonti. E' risaputo da parte Celti, ma non solo, l'utilizzo di fonti sacre a fini curativi o benefici. Con la romanizzazione della Gallia il culto di Belisama venne associato con quello di Minerva. E' inoltre la Dea del fuoco , delle forge e della luce. Probabilmente queste "sfere d'influenza" vennero acquisite solo in seguito all'unione con il Dio Belenos, di cui ne è la consorte. E' una delle potenti Matres e quale rappresentazione del potere femminile è intimamente legata al sottosuolo, gli inferi, il grande ventre della Madre da cui nascono tutte le sorgenti. Da citare è la sorgente di Herse ( Francia ) situata nella foresta di Belleme, ovvero Belisama, in cui un'iscrizione latina rivela che era dedicata agli "Dei Infernali" ( da intendere nel senso pagano del termine ). Tra le rappresentazioni più interessanti, alcune statuette votive in cui viene raffigurata come una nobile donna ( elemento generatore - Terra - Acqua ) ornata di corona ( Fuoco - Luce - Regalità ) e coperta da una lunga veste. Il braccio destro è disteso lungo il corpo con la mano aperta, palmo rivolto in avanti. Il sinistro è invece piegato a livello del bacino con la mano semichiusa a forma di coppa. L'intera figura poggia sulla schiena di un uccello simile ad un anatra ( Aria - Acqua ).
In ambito milanese questa Dea era particolarmente importante,vi riporto quello che ho trovato:

La Dea Madre
La riconoscenza dell’Acqua come principio primo e fonte originale, per
delle popolazioni mobili, la cui sopravvivenza proviene dai suoi benefici,
viene espressa tramite la consacrazione delle fonti dei principali fiumi
dell’Europa; quelli che divennero dei santuari della dea celtica della
fertilità.
Evocata dalla toponimia celtica, questa consacrazione viene attinta da un
grandissimo numero di offerte votive – statuette, metalli preziosi, armi e
oggetti domestici – scoperti un po’ ovunque in Europa lungo il corso
d’acqua e presso i santuari situati alle loro sorgenti.
Il fiume o il corso d’acqua rappresenta un’espressione mobile della Madre
Terra, che rende le acque sacre. È la combinazione particolare delle
diverse proprietà minerali, vegetali e volativi che emanano certe sorgenti
in certe ore del giorno e della fase lunare che ne crea i poteri
rigeneratori. Ogni luogo sacro ha il suo spirito guardiano che veglia si
di lui, osserva i riti quotidiani secondo il cerimoniale voluto che si può
materializzare sotto forma di canto, di uccello, di pesce, in onore della
dea.

A volte la dea appare come essere dei sogni, come strega, in funzione
delle circostanze o delle predisposizioni del visitatore o dell’intruso.
Questi luoghi rappresentano il grembo della Madre Terra invocata sotto
nomi e aspetti differenti. Esistono numerose iscrizioni galliche (Gallia
Transalpina e Cisalpina – iscrizioni leponzie), indirizzate a Gwena, Mar
(antichi nomi della Dea), Brida, Brii, Bria (divenuto poi Brighit), la
Madre rappresentata sotto forma di triade – modello che spesso viene
richiamato nell’arte e nella letteratura celtica – assieme al suo bambino
e ad un cesto di frutta (simbolo di fertilità ed abbondanza).

Un’altra rappresentazione popolare è quella della dea Epona, abitualmente
a cavallo e a volte accompagnata da un rapace. La Luna, con i suoi poteri
sulle maree e sui cicli mestruali, rappresenta un insieme universale di
simboli; presiede ai riti notturni legati ai canti degli animali, come il
serpente ed il lupo. La mitologia celtica la identifica con la triplice
dea che presiede le nascite, alla Vita e alla morte: triade delle giovani,
delle spose e delle donne anziane; Morrigan, Macha, Badh, Arianrhodd,
Sequana.
Gli antichi Galli, la cui teologia è scomparsa assieme alle loro
tradizioni orali, hanno lasciato delle statue anonime a due o tre teste,
che però rappresentano chiaramente simboli celtici.
In Italia abbiamo numerosi reperti e testimonianze di tali divinità che in
alcuni casi assumono anche vesti solari, in quanto la Dea Madre
rappresenta anche queste qualità.

A Milano, ad esempio sono state di recente scoperte statuette votive, e
basso rilievi di Belisama, divinità luni-solare, che reca accanto a sé una
scrofa semi lanuta, animale-simbolo delle sue peculiarità: dono della
guida oltre il mondo visibile, per individuare il nemeton per costruire il
santuario.

La chiesetta di S. Calimero, come quella di S.Calogero, in via Quadronno,
erano “votate” alla Dea Belisama. La leggenda milanese vuole che questa
divinità fosse venerata durante la festività di Beltaine, che cadeva il 1°
maggio.

Nota: Fonti tratte da: “Mysteres Celtes – une religion de l’insaisissable”
di John Sharkey, èdition du Seuil (1975) ; “Entità fatate della Padania”
di A. Dalbosco e C. Brughi, edizioni della Terra di Mezzo (1995).


Sempre per quanto riguarda la zona di Milano vi sono riferimenti alla Dea anche in ambito cattolico:

Costruito a partire dal 1386 sotto Gian Galeazzo Visconti sul luogo dove sorgeva il battistero di San Giovanni, dove Sant’Ambrogio aveva battezzato Sant’Agostino. Si tratta di una tarda espressione dell’arte gotica, una simmetria di ispirazione germanica comune anche alle altre cattedrali europee. Infatti, particolari numeri e figure geometriche come il triangolo e il quadrato fanno parte del segreto dei costruttori di questa grande opera architettonica. Maestoso e imponente, vero rompicapo anche per gli architetti contemporanei, il Duomo ha una lunghezza esterna di 157 m e un’area interna di 11.700 metri quadri. La guglia, con la statua dorata della “Madonnina”, è alta 109 metri.

"Si dice che sotto il Duomo ci sia un laghetto, il quale era adorato dai Celti; infatti, il popolo Celta credeva nella Dea Belisama, che viene ricordata dalla Madonnina sulla punta del Duomo (questa Dea aveva una duplice funzionalita`,quella lunare, che ricordava la femminilita`, la madre col bambino, e quella solare, che ricordava il territorio, un tempo ricco di boschi) la quale era considerata Dea dell'acqua, cioè Dea della vita (infatti l'acqua era sinonimo di ricchezza vitale). Questa Dea, tra l'altro, a Milano veniva raffigurata (e chiamata con un nome specifico) come una scrofa pelosa (la scrofa semi lanuta di via Mercanti). Da qui cominciò tutto, i Celti edificarono un tempio o "cromlech", cioè grandi cerchi formati dai menhir (pietre erette verticalmente) e dai dolmen (camere megalitiche); dopo questi tempi Pagani, arrivarono altri templi costruiti dai Romani e, successivamente, diverse chiese Cristiane che, una sull'altra, diedero vita (dopo molti anni) al duomo di Milano." [Sofia M.]

Parlando poi della sua rappresentazione iconografica:
Per i Celti la DEA BELISAMA aveva come ierofania una scrofa bianca. La scrofa era legata al ciclo lunare. Sembra che l’animale avesse il dono di guidare oltre le porte del mondo visibile, per cui poteva essere utilizzato per individuare il luogo in cui costruire un santuario. Data l'epoca arcaica in cui venne fondato il santuario e la prevalenza dei culti lunari su quelli solari nella religiosità dell'epoca, è possibile che sia stata veramente una scrofa bianca, l'animale che divenne simbolo di Milano e che il santuario fosse dedicato a BELISAMA, che poi divenne MINERVA e che poi ancora, divenne MARIA NASCENTE. Sembra che il Duomo di Milano, voluto da Gian Galeazzo Visconti (dal diavolo secondo la leggenda) sia stato costruito sopra un santuario pagano. Un santuario dedicato a una DEA e tale si è mantenuto. BELISAMA, MINERVA e MARIA NASCENTE. Più tardi, ad ulteriore riprova della continuazione del culto FEMMININO, sulla guglia più alta del Duomo, venne posta la famosa MADONNINA.
Milano è dunque un antico luogo di culto, denso di energie, dove si adorava la DEA. I cristiani più istruiti, conoscono bene questa storia, i loro predecessori, con la complicità di Gian Galezzo Visconti, velatamente e con discrezione, hanno fatto in modo che il culto della DEA venisse perpetuato (ma anche questa è solo un ipotesi...)




Dalla Saggezza diDeboraSelma